31Ott2026

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Storia di Gela

IL CROCIFISSO «CARMELITANO»

… pare agli occhi di chi lo guarda un artefatto divino, giacché secondo le relazioni antiche si publica esser fatto dalli mani di S. Luca Evangelista…

Benedetto Maria Candioto

Antica è la devozione dei Gelesi, segnatamente della gente di mare, per il Crocifisso che si venera nella Chiesa del Carmine (detto, per questo, «Carmelitano»).

La tradizione lo dice prodigioso e ne ricorda i numerosi miracoli e le numerose grazie operate — una tradizione che ha i colori della leggenda ma che leggenda non è, perché, oltre ad essere scritta nei cuori dei fedeli, è registrata in documenti che vogliono essere veridici, suffragati come sono da valide testimonianze. Tra tali documenti è un manoscritto del…

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  1. Morello

Il prodigioso simulacro del Crocifisso della Chiesa del Carmine. Dalla «Relazione» di Benedetto Maria Candioto si evince che risale al ’600: il miracolo della sua effusione del sangue, di cui è cenno nella detta «Relazione», avvenne nella Pasqua del 1602.

Di recente (anno 1983) è stato sottoposto a un accurato restauro: gli è stato tolto il colore nero ebano per il quale si credeva di origine bizantina, ed ha ripreso l’originario e autentico colore chiaro.

’700 che si conserva come una reliquia nell’archivio parrocchiale di quella Chiesa: è la «Relazione», rimasta per lungo tempo inedita, di Benedetto Maria Candioto, storico nostro «Compatrioto», per molti anni Priore del Convento dei Frati Carmelitani che era annesso alla Chiesa e che oggi non esiste più.

Narra, quella «Relazione», con candore e semplicità di stile, i fatti prodigiosi del Sacro Simulacro: l’acquisto di cui fu oggetto in Oriente da parte di marinai terranovesi per pochi denari (il venditore, un ebreo, aveva chiesto e pattuito tanto denaro quanto pesava: e lo ebbe! solo che esso — il Simulacro — pur tanto pesante, posto sulla bilancia risultò inaspettatamente leggero come una piuma); il miracolo dell’acqua della giara di zia Domenichella, una popolana nella cui casa, ai «Cantuneri», esso allora era custodito (ne attingevano per dissetarsi, in un giorno di festa, in Agosto, moltitudini di genti e di fanti di passaggio al Quartiere, e la giara rimaneva sempre piena, e tale rimase poi per lungo tempo, sebbene si continuasse ad attingerne); il refrigerio — nel Marzo del 1602 — della pioggia sulle campagne riarse da lunghissima siccità, dopo che esso vi era stato portato in processione; la profusione del sangue dalle piaghe del suo corpo, nella sacrestia della Chiesa, nella Pasqua di quell’anno (profusione del sangue constatata con stupefatta emozione, oltre che dai Frati del Convento, anche da magistrati e gentiluomini della città) e tante e tante altre grazie: salvamenti di bastimenti dalla «draunara», liberazioni di marinai dai pirati turchi, guarigioni da mali non curabili, soccorsi nelle epidemie, nelle calamità…

Fra queste ultime è ricordato, nel manoscritto, il terremoto del 1693. È una pagina drammatica cui la patina del tempo conferisce sinistro fascino.

Era l’11 Gennaio di quel triste anno. Numerosi fedeli erano in chiesa raccolti in preghiera ai piedi del Santo Simulacro, quando — «’a vintun’ura» — sentirono scricchiolare le arcate del tempio e tremare il pavimento, mentre un cupo boato rimbombava nell’aria, d’improvviso rannuvolata. Una invocazione concitata, struggente si levò dai loro petti al Crocifisso… «Rovinate furono città, terre, ville e casali circonvicini», ma «la nostra fortunata città restò immune». E «a sí segnalata grazia» i Terranovesi non furono insensibili.

In un giorno di Marzo di quel triste anno, sull’imbrunire, nel Piano del Carmine convennero la Municipalità, il Clero, le Comunità religiose, i nobili e il popolo tutto, e tutti, prostrati in ginocchio, proclamarono Patrono e Protettore della città il SS. Crocifisso insieme con la Beatissima Vergine della Manna, levando mefiti lo sguardo ai loro simulacri che troneggiavano, tra splendori di luminarie e odore di incensi, sull’altare che era stato allestito dinanzi alla porta maggiore della Chiesa. Promisero, inoltre, (e un notaro consacrò la promessa in un solenne documento) di festeggiare l’11 Gennaio di ogni anno «in infinitum et in perpetuum» quale memoriale della grazia ricevuta: una celebrazione che impegnasse i cuori con la penitenza del digiuno e la partecipazione alla mensa eucaristica, e che coinvolgesse la Municipalità con l’offerta da parte dei Giurati, suoi rappresentanti, di una somma di denari e di una torcia ornata di fiori e alta quanto il piú anziano di essi.

lontano 1693, è grande festa al Carmine.

Le modalità celebrative, nel corso del tempo, hanno subito variazioni. Non c’è piú, fra l’altro, l’offerta di contributi in denaro che i Magistrati civici (i Giurati: oggi Sindaco e Assessori) facevano alla Chiesa per la solenne celebrazione, né il piú anziano fra essi, pittorescamente, porta in dono alla Chiesa una torcia adorna di fiori e di altezza pari alla sua.

Ma le omelie dal pergamo che, in un’ampia trama di rievocazioni, fanno rivivere i prodigi e le grazie del Simulacro; le torce sfavillanti numerose sull’altare; le preghiere corali levantisi dai cuori dei fedeli; i loro canti di ringraziamento e di invocazione risuonanti sotto le volte del tempio, il suono delle campane che si effonde festoso nell’aria e penetra — «vox vitae» — nelle case per ampio tratto della città… sono ancora le forme devozionali in cui si esprime, nella ricorrenza festiva dell’«unnici ’i Jnnaru», la venerazione delle genti per il «Crocifisso Carmelitano».

E le genti devote, dal simulacro visibile, levano i loro pensieri ed i loro sentimenti alla grande realtà, invisibile ma presente, di cui esso è simbolo sacro: a Gesú che vive nella gloria dei cieli.

(Virgilio Argento)

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