«Da Patri Scerra»: era, questa, una locuzione della nostra parlata popolare, piuttosto diffusa in passato. Gli anziani la ricorderanno.
Quel “da” aveva il valore del latino “apud” che, com’è noto, significa presso, in casa di; Patri Scerra era un ex agostiniano che per lunghi anni fu custode del cimitero e ivi abitava.$^1$ La locuzione aveva, pertanto, un significato trasparente: alludeva alla… ospitalità che dava, lì nel camposanto, quel brav’uomo. Il quale – si diceva – amava di notte intrattenersi con i suoi ospiti, con i fantasmi dei poveri morti vagolanti entro il sacro recinto.
Il suo nome figurava anche in altre locuzioni consimili, come: «Vàttinni (= vàttene) di Patri Scerra!», «… Ti mannu (= ti mando) di Patri Scerra!», che rispettivamente significavano: «Muori, togliti di mezzo!» e «Ti ammazzo! Ti faccio morire!». Erano eufemismi dei quali faceva le spese il povero nome dell’ex religioso. E generalmente erano usate in tono di scherzo.
Come nella seguente lettera del can. Angelo De Caro,datata 7 aprile 1933. Il reverendo la indirizzava allo «Spett. Esattore delle Imposte di Gela» in risposta ad una ingiunzione di pagamento che lo stesso esattore aveva inviato a un suo parente, deceduto tre anni prima:
«Mi è stato consegnato un avviso di pagamento di L. 10,40 annue per tassa coloni e mezzadri e che è per il Sig. Rocco Di Caro fu Nunzio. È mio dovere avvertire V.S. che il Sig. Di Caro non è presso di me e so che oggi non è nemmeno in città, perché siamo al 3° anno da che vive sotto guida e custodia del Rev. P. D. Gaetano Xerra, al quale occorre rivolgersi per qualsiasi recapito.
E tante riverenze a Lei!»
(Virgilio Argento)












