Storia di Gela
Quella del campiere era una figura consueta in passato: con la giumenta, compagna del suo servizio, e con lo schioppo portato a tracolla o bilanciato sul dorso dell’animale.
Lo scritto di Morselli, corredato del pregevole acquerello di Antonio Insulla, ne costituisce una interessante rievocazione:
Il mestiere di campiere era (lo è ancora oggi?) in Sicilia, fino ai primi decenni di questo secolo, un’istituzione di fatto dai tempi borbonici. Mistretta (sui Monti Peloritani in provincia di Messina) era specializzata nel provvedere a gran parte dell’isola.
Sulle giumente, schioppo a tracolla, si spostavano nelle campagne a guardia (piú presunta che reale) di seminati, vigneti e albereti di piccoli proprietari o affittuari. I grandi proprietari e affittuari tenevano a guardia i «lucari» con abitazione nella fattoria, o mantenevano campieri esclusivi se trattavasi di latifondi. Al momento del raccolto il campiere di piccoli proprietari o affittuari si presentava per ricevere la tangente di sua spettanza, secondo tradizionali proporzioni: chili o litri, panieri o ceste, sacchi o barili, secondo la quantità del raccolto misurata a vista. Non si litigava sulla misura della tangente, né sarebbe stato mai conveniente, per timore di rappresaglie, non accettare l’offerta guardia del campiere.
La campagna era divisa in zone sulla base di intese fra campieri, ciascuno dei quali aveva la sua zona con precisati confini.
Emanuele Morselli












