15Ott2026

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Categoria: Notizie

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Notizie

Gela nel Mondo dei Videogiochi!

Sapevate che la storica città di Gela è stata protagonista in alcuni dei videogiochi più iconici? In “Call of Duty 2: Big Red One”, i giocatori possono immergersi nelle battaglie della Seconda Guerra Mondiale, con Gela che rappresenta un importante punto strategico durante lo sbarco in Sicilia. Un modo emozionante per rivivere momenti cruciali della storia!
Ma non finisce qui! In “Unity of Command II”, Gela torna a far parlare di sé, rappresentando nuovamente il teatro delle operazioni chiave. Questo gioco di strategia consente ai giocatori di esplorare le dinamiche militari e le decisioni strategiche che hanno influenzato il corso della guerra.
Che ne dite di visitare Gela, non solo nella realtà, ma anche attraverso il mondo virtuale dei videogiochi?  Un mix perfetto di storia e intrattenimento che ci ricorda quanto sia affascinante il legame tra videogiochi e luoghi storici
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Storia di Gela

LA FESTA DEGLI ALBERI , Una tradizione tramontana

Veniva celebrata ogni anno e sempre in uno scenario diverso: ora le dune di «Bitalemi», ora la pendice di Piazza Calvario, ora il pianoro di Scavone, ora la vallata di Disueri… Vi partecipavano i giovinetti delle scuole, lieti di uscire dalle aule del loro studio giornaliero per accostarsi alla natura e piantare nelle zolle rugiadose un alberello: un alberello che sarebbe cresciuto vigoroso, frondoso, «carico di musica sotto le dita del vento» (Drouet)…
E c’era sempre un oratore che da un poggio erboso o da un rudimentale palco illustrava con sentimento e dottrina i doni che l’albero prodiga all’uomo all’uomo non sempre riconoscente, non sempre suo amico. L’oratore era generalmente persona eminente per cultura e umanità, come l’autore del brano che qui riportiamo stralciandolo da un suo discorso : … Se dovessi dirvi quale spettacolo o forma di paesaggio abbia piú insospettatamente colpito i miei sensi e il mio animo, saettandoli e circonfondendoli di sensazioni vive, violente, dolcissime, conquidendomi e incatenandomi, come in un sublime e purissimo amplesso, io vi confesserei: il bosco.
Io crebbi fino alla mia adolescenza dinanzi a questa pianura fertile, ma desolata d’acque, d’ombra e di verde. Vedevo innanzi a me stendersi fino alla cerchia dei monti, brulli all’intorno, la vasta pianura informe, smaltata di verde in primavera, biondeggiante di spighe nel luglio, deserta e brulla nel resto dell’anno. Non un albero, non un agitarsi e uno stormire di fronde, non la voce melodiosa di un uccello tra il fitto fogliame. Saettata inesorabilmente dal solleone, sferzata dai venti.
Non amai fino allora la campagna.
Ma quando per la prima volta, lontano di qui, lasciai la polvere di uno stradale, per inoltrarmi in un bosco, un brivido di piacere mi percorse le vene, un senso nuovo di benessere mi invase; sentii allora che la natura è inesauribile nei suoi doni, nelle sue bellezze, nei suoi piccoli o grandi misteri. Sentii allora come non fossero vane fantasie di poeti, ma divina poesia e sublime realtà insieme, l’ombra, la frescura, il mistero dei bo-schi, le mille voci che li animano, le mille dolcezze che infondono.
Da allora amo gli alberi, teneramente, fraternamente, di un amore
francescanamente fraterno…
Giovanni Mela*
Tratto da ‘’Storie e usanze popolari di Gela’’ di Virgilio Argento
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Storia di Gela

La fondazione della nuova città

Se nessun dubbio mette in discussione l’origine federiciana di Eraclea-Terranova, nessuna fonte letteraria né alcun documento ufficiale contemporaneo ci dà notizia della fondazione, né ci fornisce l’anno in cui essa avvenne, contrariamente a quanto sembra si possa dire di Augusta. Solo nel 1725 Francesco Aprile riferisce che Terranova fu fondata nell’anno 1233 senza indicare la fonte da cui l’ha appreso, per cui non ci resta che verificare la fondatezza di tale data ricercandola in documenti posteriori nel quadro del contesto storico-geografico in cui l’avvenimento si svolse.

Anzitutto osserviamo che Federico II di Svevia si era dovuto occupare del territorio fin dai primi anni del suo regno, quando aveva dovuto togliere la contea di Butera a Pagano de Parisio (1213), in quanto alleato del ribelle Gualtiero di Pagliara. È da ritenere poco probabile che egli l’abbia visitato personalmente in quell’occasione, ma non si può escludere che l’abbia fatto dieci anni più tardi, tra il 1223 e il 1225, quando, dopo la dieta di Messina, il suo esercito attraversò tutta la Sicilia, da Messina a Catania, a Caltagirone, ad Agrigento, a Palermo, per sottomettere i Saraceni ribelli e deportarli a Lucera.

In ogni caso, nel dicembre del 1233, dopo avere soffocato la rivolta di Messina, Catania, Siracusa, Nicosia, Troina, Montalbano e dopo avere raso al suolo Centuripe e Troina, egli si recò a Butera, come dimostra una lettera da lui indirizzata a papa Gregorio IX, e da lì è facile arguire che abbia potuto fare una puntata sulla collina di Gela. Il documento non fa alcun cenno alla costruzione della nuova città, come del resto nessun altro documento diplomatico di Federico, ma il fatto che egli si trovasse lì in quell’anno aggiunge un tassello a sostegno della data di fondazione indicata da F. Aprile.

Inoltre, ci sono due documenti posteriori, l’atto notarile del vescovo di Patti del 1249 e il diploma di Carlo d’Angiò del 1274, che confermano il 1233 come data di fondazione della città e fanno ritenere che egli si fosse recato a Butera o per ispezionare i lavori in corso o addirittura per inaugurarli. Il primo, rogato mentre Federico era ancora vivo, riferisce il nome di colui che ebbe la gestione finanziaria della costruzione, e cioè il “secreto” (una specie di ministro delle finanze) di Sicilia Matteo Marchiafava (Marclafaba), che tenne tale incarico proprio dal 1233 al 1239; il secondo, oltre a precisare che la fondazione era avvenuta prima che Federico II fosse deposto (17 luglio 1246) dal papa Innocenzo IV (ante depositionem eius de novo fundans terram ipsam), ci fornisce anche il “terminus a quo” (ab annis quadraginta circa), che riporta la fondazione della città, seppure con l’approssimazione che quel circa suggerisce, di nuovo al 1233.

Ma i due documenti sono ancora più importanti perché ci forniscono informazioni ben precise sull’organizzazione dei lavori di costruzione e sui metodi seguiti dall’imperatore per popolare una città di nuova fondazione. Infatti, il diploma di Patti ci tramanda non solo il nome di colui che organizzò e diresse almeno nei primi sei anni i lavori di costruzione di Eraclea, il secreto Matteo Marchiafava, ma anche il nome di almeno uno dei costruttori, o meglio degli imprenditori che provvidero all’edificazione delle abitazioni della città e alla messa a coltura delle campagne.

Si tratta di Pietro Ruffo, che al momento della sottoscrizione dell’atto (1249) risulta priore del ricco convento di Terrana, esistente allora tra Caltagirone e il fiume Dirillo, e che è da ritenere persona diversa, anche se con omonimia evidente, dall’omonimo maestro stalliere che l’anno dopo avrebbe assistito Federico II in punto di morte e che, divenuto poi maestro giustiziere di Sicilia e di Calabria, si sarebbe opposto a re Manfredi e sarebbe stato…

Al tempo in cui si era cominciata a popolare Eraclea (tempore quo Heraclea habitari incepit), Pietro Ruffo

chiesa madre
Notizie

AREA DELLA CHIESA MADRE “INALIENABILE, IMPRESCRITTIBILE E INESPROPRIABILE

Verso la metà dell’Ottocento il Comune di Terranova iniziò una serie di lavori per lo spianamento e la pavimentazione di diverse piazze e vie della città, allora ancora a fondo naturale, tra le quali quelle adiacenti alla chiesa Madre; in particolare, dalla demolizione di alcuni fabbricati a sud della stessa chiesa, che delimitavano l’area pomeriale e che si affacciavano sulla strada Maestra, l’attuale C.so Vittorio Ema nuele, fu ricavata una piazza la cui superficie (denominata successivamente largo Madrice) fu divisa in due aree di diversa quota per mezzo di una balaustrata in pietra siracusana con cancellata, di cui quella perimetrale di pertinenza della chiesa utilizzata precedentemente come area cimiteriale. Tra queste due aree esisteva quindi un dislivello di circa un metro di altezza, tant’è che le fondazioni della chiesa Madre si trovavano ancora sotto il cosiddetto piano di calpestio e gli ingressi ovest e sud erano serviti da quattro gradini ciascuno.
Agli inizi del Novecento, sulla stessa area confinante con le facciate ovest e sud della chiesa Madre, il Comune realizzó una serie di interventi procedendo allo spianamento dell’area al livello del piano di campagna del Corso e alla demolizione della citata balaustrata. E ciò sempre con la convinzione del Comune che tutta l’area era demaniale. Di parere discorde, però, fu il parroco Gurrisi, amministratore legale della chiesa, il quale apri un contenzioso con il Cav. Giuseppe Aldisio Fischetti, allora Sindaco del Comune di Terranova di Sicilia. II parroco, infatti, sosteneva che l’area cimiteriale nei lati di mezzo giorno e ponente e che si alza dal suolo della strada per circa un metro per la larghezza media di metri dieci è un accessorio e una pertinenza della chiesa medesima ed anch’essa inalienabile, imprescrittibile ed inespropriabile anche per pubblica utilità…” (vedi atto n.654 del 28 giugno 1904); il Comune, dal suo canto, aveva agito in quei termini con la motivazione che la balaustrata con relativa cancellata, realizzata nel 1848 dal parroco dell’epoca, non rappresentava in realtà nessuna delimitazione in quanto il suolo dell’ex area cimiteriale (“rimasto aperto all’uso pubblico, è stato destinato ai bisogni corporali della gente poco ligia al buon costume…”), cessata la consuetudine dal 1848 in poi di essere usato per il seppellimento dei morti, era da reintegrare al demanio pubblico comunale (vedi atto n.9088 del 1º agosto 1904).
II contenzioso cosi fini al Tribunale Civile di Caltanissetta che emise tempo dopo una sentenza a favore della chiesa Madre. Il Comune, ritendendo ingiusta la sen-tenza vi si appelló, ma prima dello svolgimento del giudizio di 2º grado, le parti in causa addivennero a un accordo con una transazione che previde anche la concessione dell’ex area cimiteriale come suolo di pubblica utilità ma sempre di proprietà inalienabile della chiesa Madre e, alla bisogna, in qualunque momento, restituibile. In seguito a ciò, l’area in questione fu pavimentata con mattonelle di colore più chiaro rispetto a quella demaniale. In merito poi allo scoprimento delle fondazioni della chiesa per il citato spianamento, si suppone che nell’accordo sia stata pure inserita la realizzazione di una fascia bassa di contrafforti scarpati per rafforzare le stesse fondazioni le quali successivamente, all’inizio degli anni Cinquanta, furono coperte da un gradone di pietra bianca ragusana.
-Tratto da ”Dell’antico centro storico di Gela” di Nuccio Mulè
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Leggende di Gela

La leggenda delle due Gele e l’acquerello di Houel

Nel XVIII secolo, la Sicilia era al centro di un acceso dibattito erudito sulla presunta esistenza di due città chiamate Gela. Infatti Licata voleva essere accreditata come antica Gela ed aveva prodotto nel corso degli anni una serie di studi finanziati dai signorotti locali per farsi accreditare come Gela.
Dall’altra parte la quantità e la qualità delle scoperte in Terranova di Sicilia lasciavano aperto il dibattito tra gli storici. In questa polemica c’era anche un’altra teoria teoria ,che nel 1700 ci fossero due Gèla , una sul mare ed una interna.
Nella posizione dell’interno si scontravano Piazza Armerina e Caltagirone.
Per essere accreditata come Gela , Terranova di Sicilia dovette sgomberare tra Licata,Caltagirone, e Piazza Armerina , ma in particolare è con i Licatesi che lo scontro fu più acceso.
In questo contesto si inserisce il lavoro di Jean-Pierre Laurent Houel, pittore e architetto francese, che tra il 1776 e il 1780 viaggiò in Sicilia per documentare paesaggi, monumenti e vita locale attraverso disegni e acquerelli. Durante il suo soggiorno, Houel visitò le campagne intorno a Piazza Armerina e immortalò in un celebre acquerello un sito archeologico caratterizzato da rovine imponenti: archi, mura spesse e frammenti di statue emergenti da un noccioleto. Affascinato dalla grandiosità dei resti, Houel li interpretò come i resti della mitica Gela mediterranea. Questa convinzione, alimentata da letture erudite dell’epoca, derivava dalla descrizione della città in testi di studiosi locali come Giovan Paolo Chiarandà, che identificava la seconda Gela con ruderi situati nell’entroterra, presso Piazza. Tuttavia, i successivi studi archeologici hanno smentito l’ipotesi di Houel. I ruderi da lui rappresentati sono stati infatti riconosciuti come parte della villa romana del Casale, un complesso di epoca imperiale noto oggi in tutto il mondo per i suoi mosaici pavimentali. L’acquerello di Houel rimane una preziosa testimonianza visiva e storica. Non solo rappresenta una delle più antiche immagini conosciute della villa, ma riflette anche il clima culturale dell’epoca, in cui arte e archeologia si intrecciavano con il fascino per il mistero e le leggende del passato. Attraverso la sua opera, Houel confermò il proprio ruolo di mediatore tra il mondo classico e quello moderno, contribuendo alla riscoperta di una Sicilia ricca di enigmi e di bellezze senza tempo.
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Leggende di Gela

La leggenda della chiesetta San Biagio

La Chiesetta di San Biagio… a Gela. Si favoleggia sulle sue origini. Si raccontano storie, si tramandano leggende…
…La leggenda piú bella ha preso spunto da una misteriosa data, il 1099, composta a pietruzze su una mattonella di cotto che fino a non molto tempo fa era visibile in cima alla porta a Sud.1
Quell’anno pare che i Musulmani abbiano tentato di riconquistare l’isola perduta nella quale, a leggere Ibn Hamdis, avevano lasciato la memoria e l’anima. Dove sbarcare la rinnovata forza della mezzaluna se non sulla spiaggia di Gela, da sempre e per sempre luogo ideale di sbarco e d’invasione? Cosí, una serena notte di primavera siciliana, il firmamento si specchiò nei lucidi metalli saraceni tornati dopo otto anni in quelle coste; e all’alba, quando i primi cenerini chiarori fecero luccicare il dorso ai cefali guizzanti nelle acque placide del fiume Maroglio, il presidio normanno, esterrefatto ed incredulo, si ritenne perduto. Fumate di fieno umido rapidamente furono alzate a dare l’allarme, mentre si tentavano i primi assalti sulla collina dove giacevano sepolte le reliquie dell’antica colonia greca.
Chi o cosa avrebbe potuto fermare il mulinello di lame ricurve agitato da braccia di forza selvatica e rabbiosa? Chi avrebbe potuto resistere all’urto e all’impeto di quegli uomini da anni col petto colmo di rancore e nostalgia?
Ben presto la strage fu consumata. Molte teste normanne vennero allineate lungo i muri della chiesetta di san Biagio, dove gli ultimi soldati avevano trovato rifugio.
Ma i segnali di fumo erano stati scorti. Da Butera venne giú l’esercito dei Normanni al comando del conte Enricos. La battaglia si accese furibonda: Cristiani e Musulmani facevano a gara a superarsi in perizia e valore. Per lungo tempo nessuna delle due parti riusci ad avere il sopravvento: le sorti rimanevano incerte. Poi, d’improvviso, al tramonto, un intenso fulgore rossastro si concentrò sopra la cavalleria cristiana, come se il disco del sole, invece di sperdersi oltre la chiostra dei monti, fosse scivolato per fermarsi lí a mezz’aria: in esso prese forma un biondo angelo armato il quale gridava: «Mi-cha-El?, Mi-cha-El?». Era l’arcangelo Michele, il cui nome vuol dire «Chi piú grande di Dio?» o «Chi contro Dio?», venuto a soccorrere e a piegare le sorti della battaglias. Con simile condottiero i Cristiani riuscirono facilmente a travolgere e sterminare i Musulmani atterriti e i pochi superstiti che riuscirono a guadagnare le navi, giurarono sul profeta Maometto che se fossero giunti vivi sulle coste africane, mai piú armata araba avrebbe messo piede sull’isola, ormai perduta irrimediabilmente.
Il 1099. Un mattone di terra rossa. Ricordo della vittoria cristiana sui musulmani o anno di costruzione? O che altro? Che strano segreto nasconde questo numero, che cabala?…
Enzo Papa
-Tratto da Storie e usanze popolari di Gela raccolta analogica di Virgilio Argento
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Gelesi D'autore

Ninu Mpopa

L’opera di Nino in Popa (fatta dall’artista Franco Cascino) rappresenta un atto di dedica e un inno all’inclusione, alla bontà, e alla bellezza delle piccole cose che rendono unica la nostra comunità. Con questo lavoro, l’artista celebra l’importanza di accogliere il diverso, di costruire un luogo in cui la diversità non solo è tollerata, ma apprezzata e abbracciata. Il messaggio che trasmette è forte e chiaro: la vita è fatta di piccoli gesti di gentilezza, di comprensione reciproca, e di capacità di vedere e apprezzare la bellezza nelle cose semplici.
Nella nostra città, troppo spesso caricata da stereotipi legati a comportamenti egoisti o furbi, l’opera di Nino in Popa è un richiamo alla vera essenza di ciò che siamo. La nostra comunità è composta non solo da persone smaliziate o da chi cerca scorciatoie, ma da tante persone oneste e di cuore, che vivono in armonia e trovano gioia nelle cose semplici della vita, nei piccoli piaceri che rendono ogni giorno speciale. Nino, con il suo spirito semplice e genuino, ha voluto immortalare questa realtà, quella di una città che, pur nelle sue difficoltà, si distingue per la bontà e l’umanità dei suoi abitanti.
L’artista, rimasto nell’immaginario collettivo come un uomo di profondi valori e di grande umiltà, ha saputo raffigurare un messaggio di speranza. La sua figura, simbolo di questa visione, è ancora viva nel cuore di tutti i gelesi, poiché ha saputo rappresentare la parte migliore della nostra comunità. Non è solo un uomo del passato, ma una presenza che continua a vivere nel ricordo, un ricordo che ci insegna a non perdere mai di vista ciò che conta davvero: l’amore per il prossimo, la ricerca della pace, e la bellezza che risiede nelle cose più semplici. La sua vittoria, quindi, non è una vittoria di gloria personale, ma quella di una comunità che ha imparato a riconoscere e a celebrare i veri valori della vita.
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Gela da Gustare

I Cacoccili M’buttunati

Il carciofo vanta una storia molto antica : già conosciuto e ricercato come pianta selvatica dagli antichi Greci e Romani, iniziò ad essere coltivato in Sicilia nei primi secoli d.C e lentamente risali’ la nostra penisola nel tardo medioevo
I carciofi siciliani hanno un sapore ed una consistenza unica e straordinaria, merito del buon sole siciliano e del clima mediterraneo. La stagione di raccolta dei carciofi va dal mese di febbraio, fino a primavera, questo è più o meno il periodo di raccolta. Ovviamente essendo un prodotto fresco la stagionalità può variare in base al clima.
Il suo arrivo in Italia si deve agli etruschi. Intorno all’anno mille gli Arabi lo scoprirono in Sicilia, ed elaborarono una nuova varietà che portarono in Spagna. Il nome moderno viene proprio dall’arabo “karshuf”. Dal XIII secolo si è poi diffuso nel resto dell’Italia. Oggi la produzione mondiale del carciofo rasenta i 2 milioni di tonnellate. A detenere il 60% della produzione è l’area mediterranea, e di quest’area la gran parte è in Italia con prevalenza in Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia.
Anche il paese in provincia di Caltanissetta è famoso per la coltivazione del carciofo violetto che gli ha fatto conquistare il titolo di “Capitale del carciofo”, che qui cresce rigoglioso grazie al particolare clima, alla natura del territorio e alla fertilità dei suoli. La ricetta tradizionale del carciofo Violetto, però, prevede di consumarlo arrostito: secondo questa ricetta, i carciofi devono essere cotti sulla brace e poi conditi con olio e sale, eventualmente aggiungendo pepe, aglio e prezzemolo. A Gela la tradizione è tramandata da decenni: i contadini, infatti, erano soliti mangiare i carciofi arrostiti nei campi, cuocendoli sul carbone prodotto dai piccoli fuochi accesi allo scopo di riscaldarsi nelle fredde mattine di lavoro.
Andiamo a vedere la ricetta dei cacoccili m’buttunati:
-4 carciofi
-2/3 filetti di acciuga
-100g di pecorino
-2 spicchi d’aglio
-prezzemolo q.b
-olio extra vergine d’oliva
-sale e pepe q.b
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Storia di Gela

Eschilo

Eschilo nacque ad Eleusi nel 525 a.C, città a 20 km da Atene. (e demo considerato territorio di Atene)
Partecipò alle guerre persiane, fu attore, musicista ma soprattutto un grande tragediografo.
Eschilo è da sempre considerato il padre della tragedia greca che apportò molte innovazioni e modifiche nella rappresentazione delle tragedie oltre che nella loro composizione.
E tra le mutazioni apportate allo schema della tragedia, si sottolineano l’introduzione del secondo attore, il dialogo e infine i componenti del coro greco, vengono diminuiti a dodici .
Anche la lingua dell’epoca assume un nuovo tono.
Attraverso le sue tragedie, Eschilo interpreta il mondo che lo circonda e i suoi contemporanei con i loro dubbi, aspirazioni, passioni, riflessioni e problematiche.
Tema costante è dunque il rapporto tra l’uomo, essere razionale e responsabile, e le divinità che rappresentano il fato. Così ,l’uomo sembra essere fautore del proprio destino e libero nelle sue azioni e scelte, mentre a volte è assoggettato a una forza superiore per cui l’uomo è una pedina nelle mani degli dei.
Sono proprio le divinità, secondo la visione religiosa del tragediografo, che alla fine fanno trionfare la giustizia nel mondo.
La principale opera mai scritta è l’Orestea: una trilogia composta dall’ Agamennone, Coefore ed Eumenidi. Un’ opera che ci è giunta per intero.
Delle circa novanta opere da lui scritte, solo sette ci sono pervenute, e non tutte complete.
Dopo le vittorie contro i Persiani, contrariato dagli sviluppi politici, Eschilo si trasferì a Gela, dove morì nel 456 a.C, perché, cosi’ come narra la leggenda,fu colpito da una testuggine lanciata in volo da un’aquila che scambiò la testa pelata di Eschilo per una roccia.
L’Orestea è la trilogia più famosa di Eschilo, presentata per la prima volta nel 458 a.C., che racconta la tragica storia della casa di Atreo e si concentra in particolare sulle vicende di Agamennone, sua moglie Clitemnestra e i loro figli, Oreste ed Elettra. È una narrazione potente che esplora il tema della giustizia e della vendetta, il conflitto tra obbligo personale e leggi divine, e il passaggio dalla vendetta privata a un sistema di giustizia pubblica..
Agamennone
Nella prima parte, Agamennone torna dalla guerra di Troia, accolto con grande apparente calore da Clitemnestra. Tuttavia, l’accoglienza nasconde una terribile vendetta: Clitemnestra, furiosa per il sacrificio della figlia Ifigenia, lo uccide insieme al suo amante Egisto. In questa tragedia, Eschilo esplora la tensione tra l’amore materno e il potere politico, poiché Clitemnestra non uccide solo come madre vendicatrice, ma anche come regina che desidera mantenere il controllo sul potere.
Le Coefore
Nel secondo dramma, il figlio di Agamennone, Oreste, ritorna a Micene su ordine del dio Apollo per vendicare l’assassinio del padre. Insieme alla sorella Elettra, trama per uccidere la madre Clitemnestra e l’amante Egisto. Il momento culminante del dramma è quando Oreste, dopo aver ucciso Egisto, si trova di fronte a sua madre e, sebbene esitante, la uccide. Questo atto scatena però le Erinni, antiche divinità della vendetta, che iniziano a perseguitare Oreste, rendendo esplicito il conflitto tra le leggi divine e gli obblighi familiari.
Le Eumenidi
Nell’ultima parte della trilogia, Oreste è tormentato dalle Erinni per il matricidio e cerca rifugio presso il tempio di Apollo, che lo manda ad Atene per essere giudicato. Qui, Atena interviene e istituisce un processo per decidere il destino di Oreste. Il processo si conclude con un verdetto di assoluzione per Oreste, ponendo così fine alla spirale di violenza e vendetta. Le Erinni, placate, accettano di trasformarsi nelle Eumenidi, divinità benevole che proteggono la giustizia.
L’Orestea è profondamente innovativa per la sua epoca. Non solo racconta la storia di una famiglia segnata dal destino e dalla violenza, ma riflette anche su temi sociali e politici cruciali per il tempo di Eschilo. Il passaggio dal dominio delle vendette private alla nascita di un sistema di giustizia pubblico e imparziale è il nucleo dell’opera. In un certo senso, l’Orestea celebra il ruolo di Atene come centro di una nuova forma di civiltà, in cui il caos della vendetta primordiale è sostituito dall’ordine della legge e della giustizia.
L’opera esamina l’intricato legame tra giustizia e vendetta, e la sua risoluzione suggerisce che solo un sistema di giustizia istituzionalizzato può portare pace e stabilità in una società
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Notizie

IL CULTO DEL TORO NEL MEDITERRANEO ANTICO

Uno dei bisonti raffigurati nelle grotte di Altamira, in Spagna
Nell’antico bacino del Mar Mediterraneo, in un’epoca ormai dimenticata dall’uomo, gli Dèi erano venerati, adorati e rappresentati nelle più svariate forme e modalità. Quasi sempre erano raffigurati in sembianze antropomorfe, cioè simili agli uomini, altre volte in forma di animali.
In questo periodo molti culti e simboli religiosi cominciarono a circolare tra le culture umane, e tra questi uno in particolare fu oggetto di venerazione e adorazione da parte di quasi tutte le culture del Mediterraneo antico.
Si tratta del toro, considerato animale divino e sacro da quasi tutte le culture dell’antichità, e fu anche un simbolo associato alla Luna, alle costellazioni, alla fertilità, alla rinascita e persino al potere dei Re.
Le prime rappresentazioni dell’arte paleolitica e l’enigmatica venerazione del toro in Anatolia (l’attuale Turchia) influenzarono una varietà di culti sacri e religiosi che si estesero in ogni luogo del mondo antico.
Dal toro sacrificato nella Creta minoica al culto del toro Apis in Egitto al ritratto sacrificale presente nel mitraismo romano, il toro era parte integrante di moltissime e importanti tradizioni religiose e di diverse culture, distanziate tra loro dal tempo e dallo spazio.
Prove del culto del toro sono state trovate in varie zone del mondo, come l’Europa, l’Africa e l’India.
Il toro era oggetto di venerazione e il culto dedicatogli cominciò a diffondersi intorno a 15.000 anni fa, alla fine del periodo del Paleolitico superiore.
Una delle prime testimonianze archeologiche che riguardano la raffigurazione del toro nel Paleolitico superiore la si può trovare nelle pitture rupestri presenti nelle Grotte di Altamira (18.500-14.000 anni fa), nel nord della Spagna.
Il soffitto delle grotte di Altamira raffigurante una mandria di bisonti
Il soffitto della grotta è coperto da imponenti dipinti che rappresentano una mandria di grossi bisonti di una razza oggi estinta.
Anche se non è stata trovata alcuna prova che possa far pensare alla presenza di rituali e sacrifici riguardanti il toro ad Altamira, è interessante notare come le cerimonie iniziatiche di alcune religioni dell’Asia Minore e della Grecia avvenivano proprio all’interno di grotte.
È possibile quindi che l’adorazione del toro abbia avuto inizio con queste pitture presenti nelle grotte e si sia successivamente sviluppata per migliaia di anni, influenzando le radici dei rituali religiosi che si svolgevano nelle grotte e nei templi.
La prima testimonianza del culto del toro è stata trovata nel vicino Oriente antico, a Çatal Hüyük in Anatolia, intorno al 7000 a.C..
Pitture rappresentanti i tori sono state rinvenute sulle pareti settentrionali dei santuari che sono assimilabili alle grotte del Paleolitico.
Teste di tori in gesso provenienti da Çatal Hüyük in Anatolia, conservate al museo di Ankara
Molti dipinti raffigurano anche giovani acrobati che giocano e saltano sulle spalle dei grossi animali.
Oltre a queste antiche pitture, nei santuari furono rinvenute anche teste di tori realizzate in gesso.
Alcuni tori sono raffigurati come partoriti da una “dea” della fertilità, indicando con ciò anche una forte connessione tra il toro e l’antico culto preistorico della Dea Madre.
I teschi e le corna di questi animali furono usati anche per decorare i santuari dove si svolgevano i culti. Le pitture della dèa e del toro, così come le pitture raffiguranti grandi avvoltoi, mostrano le credenze religiose degli abitanti di Çatal Hüyük che si concentravano sul concetto ciclico di morte e di rinascita.
Pitture di enormi avvoltoi indicano una pratica religiosa in cui i corpi dei tori morti venivano lasciati all’aperto per poi venire scarnificati dagli uccelli, così da lasciare solo i resti degli scheletri.
La migrazione di uomini e commercianti di Çatal Hüyük potrebbero averli portati ad “esportare” le proprie pratiche rituali e religiose anche in altre aree abitate nei millenni a seguire.
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