Storia di Gela
Gli Arabi, che vi piantarono le tende, se ne invaghirono: e un lembo di essa chiamarono “Terra del Signore” (Chaba Allah). E la terra del Signore corre e si spiega ancor di più man mano che si avvicina al Fiume delle Colonne e si snoda oltre, offrendo via via i colli di Terranova, di Montelungo e di Manfria, sabbie fuggitive nella prima età del mondo, oggi ridenti elezioni dalle vette azzurrine.
Il colle di Terranova si culla per parecchie miglia tra il mare sterminato e la piana, cinta da molli poggi e da sinuose vallate.
Chi dal colle di Terranova volge lo sguardo verso l’Orsa, ammira, campata in aria, la forte Butera, la ricca guardiana di mandre degli antichi Gelesi, e dalla parte dell’opposto cielo la vinifera Niscemi che pare volga in lontananza il saluto al mare.
Fra tanti sprazzi di luce, l’orizzonte si chiude a grande distanza con l’industriosa Licata […].
Ospite, o pellegrino che tu sia, se t’avviene di porre il piede sulla Terra del Signore e s’hai vaghezza di contemplarne le bellezze, ci troverai anche un lago perduto tra le sabbie. E ti sembrerà un pezzo di cielo di profondo azzurro, giacente lì tra vaghe collinette. E vi ascolterai dalla voce del popolo ammene leggende e racconti fantastici. Il popolo, tra le dure leggi della vita, va cercando tesori nascosti e si pasce sovente di sogni e di speranze…
(Carmelo Ventura, in I Turchi alla cascina, Bari 1915, pp. 1-2. Carmelo Ventura [1853-1939], gelese, comunemente – e affettuosamente – chiamato “Don Menu”. Fu Ispettore scolastico e autore apprezzato di novellistica e di saggistica. Lo scritto riportato è tratto da un racconto leggendario di una incursione saracena in una fattoria di Manfria [la “Cascina”] risoltasi, per l’astuzia degli aggrediti, in danno e scorno degli aggressori).












