Nei tempi che ormai si fanno molto lontani era diffusa, più che non oggi, la credenza negli spiriti: spiriti buoni e spiriti cattivi, come i “ginn” delle Mille e una notte.
Si credeva che abitassero nelle vecchie case abbandonate, nei torrioni delle vetuste mura cittadine, nelle antiche chiese, nei cimiteri, e che la notte ne uscissero fuori e vagolassero nell’aria, per la città. Le vie cittadine nelle ore notturne, allora, non erano illuminate: sino alla metà circa del secolo scorso generalmente erano rischiarate solo dalla luce della luna quando questa campeggiava nel cielo sereno. E chi nelle notti illuni usciva di casa, per non andare a battere contro le mura o per terra, illuminava il suo cammino servendosi di fiaccole o di lanternine.
L’oscurità naturalmente alimentava quella credenza. L’immaginazione popolare li vedeva gli spiriti, li sentiva e attribuiva loro sembianze, voci, azioni. E ne inorridiva. Quando si credeva di incontrarli o di avvertirne la presenza, si fuggiva terrorizzati.
Ma non sempre quelli in cui i malcapitati si imbattevano o credevano di imbattersi erano fantasmi… veri, autentici, ombre create dalla trepida immaginazione. Talvolta erano persone reali, in carne ed ossa: sotto il lenzuolo nel quale di consueto si avvolgevano, si nascondeva talora l’amante che furtivamente si recava nell’alcova ove era aspettato, o il ladro che correva a celare nel buio sé e le cose rubate, o il contrabbandiere che scivolava via per sottrarsi a vigilanze e controlli di gendarmi e guardie daziarie. La paura, anzi il terrore che suscitavano con la singolare acconciatura del lenzuolo e nel mistero della notte, favoriva, come meglio non si sarebbe potuto, il loro… lavoro, perché evitava o allontanava incontri non certo desiderati.
(Virgilio Argento)












