Giuseppe Pitrè (1841-1916) nel suo libro Medicina popolare siciliana dà spazio anche alle credenze e alle pratiche mediche diffuse tradizionalmente, in passato, in Terranova di Sicilia: credenze e pratiche delle quali alcune erano espressione di saggezza, altre – invece – di superstizioni e pregiudizi talora stravaganti e ameni.
Erano testimonianza di saggezza taluni proverbi che ancora ricorrono nel comune linguaggio: «A saluti eni ricchizza»; «Unna trasi u suli nun trasi ’u dutturi»; «Arrivati a quarantina un malannu ogni matina», ecc.
Erano, invece, vere amenità talune usanze che la povera gente praticava, naturalmente convinta della loro validità. Come le seguenti che spigoliamo nel citato libro.
Il mal di testa, questo fastidioso male «generato da colpo d’aria, da fresco o da malocchio», si combatteva praticando sulla fronte del paziente bagnoli di acqua e aceto, e applicandovi «un pulcino ucciso e spaccato subito a metà».L’animaletto così (osserva il grande demologo) finiva di allietare con il suo pigolare – con il suo “pio pio” – cortili e strade.
E analogo sacrificio si infliggeva alla bestiolina per la cura della polmonite: le sue membricine squartate, calde calde, si applicavano sul petto del malato a integrazione di altri interventi: beveraggi di decotti di cardi selvatici e strofinazioni di canfora dietro le spalle.
Gli occhi erano cisposi, “chianciulini”, stillanti? Si consigliava di levare preghiere a Santa Lucia e di lavarli «con acqua dalla quale avessero bevuto dieci cavalli»perché la schiuma lasciatavi da essi era ritenuta miracolosa.
Facevano male gli orecchi? Si aveva l’otite? Si facessero «suffumigi con brodo di lenticchie» e si immettesse, nell’orifizio ora dell’uno ora dell’altro orecchio, la bocca di un fiasco ripieno di tale brodo caldissimo.
I denti erano cariati e il dolore era insopportabile? Si credeva che causa ne fosse un vermicciolo annidato tra essi. Bisognava quindi uccidere o espellere l’intruso: soccorrevano alla bisogna gargarismi di vino nel quale fosse stata bollita della suola nuova.
E la nostra spigolatura nel menzionato libro del Pitrè potrebbe continuare. Ma continuiamo la singolare rassegna attingendo piuttosto a tradizioni orali.
L’insolazione era un male che con frequenza colpiva, in estate, durante i lavori agricoli nella Piana. Si credeva che fosse effetto del sole penetrato nella testa. Per farlo uscire interveniva la donna “esperta”: «Nesci suli liuni e vattinni do’ vadduni e ti porti li caluri e ci lassi li friscuri».
Così comandava lei, mentre sul capo del paziente, in un piatto colmo di acqua, faceva bruciare batuffoli di bambagia per trarre, dalle…
forme che essi assumevano, sortilegi.
In inverno, invece, erano frequenti i geloni (“i rosuli”) alle mani, ai piedi, alle orecchie; li causava il freddo, poiché allora le case – generalmente – non erano dotate di riscaldamento. Provocavano un fastidiosissimo prurito, e un espediente… efficace per guarirne lo conoscevano i ragazzi che ne erano affetti: bussavano alla porta delle persone e, alla domanda di queste «Cu è?» (Chi è?), rispondevano scappando via: «I rosuli vi lassu!». E… ve li lasciavano!
Motivo di ben maggiore preoccupazione era, però, la difterite, la malattia contagiosa che colpiva in particolare i bambini e spesso riusciva mortale. Quale il rimedio praticato dal popolino? Una collana di spago, con parecchi nodi, attorno al collo del piccolo paziente.
Se i bambini avevano la tosse, si preparava in casa uno sciroppo di carrube e miele e, nel farlo loro sorbire, si ripeteva la formula apotropaica: «O canazzu!» intendendo così allontanare da essi il male e trasferirlo sul “cagnaccio”, sull’incolpevole bestiola.
I loro dentini, i dentini lattaioli, già si muovevano e cadevano; caduti però, non venivano buttati via: si deponevano in bucolini dei muri pronunziando la formula: «San Nicola, iu vi dugnu ’u vecchiu e vui mi dati ’u novu». Si sperava così di propiziare la protezione del santo per la definitiva dentizione.











