Maggio e agosto sono bei mesi; nelle nostre contrade, poi, sono bellissimi poiché portano luci, colori, fragranze a profusione. Tuttavia i nostri antenati credevano che fossero nefasti per le nozze: i giovani che, sposandosi, avessero contraddetto tale credenza, sarebbero andati incontro a sventure sicure. Lo ricordava una sentenza popolare: «Spusa maggiulina o austina non si godi ’a curtina» cioè non si gode il letto matrimoniale, perché sopraggiungeranno per lei, o per lo sposo, sterilità, malattie e financo la morte precoce. Era un pregiudizio, ma era molto diffuso.Oggi è decisamente in decadenza.
Sopravvive, invece, quello riguardante – sempre per le nozze – i giorni di venerdì e di martedì. Dice un’altra sentenza: «Di venniri e di marti nun si spusa e nun si parti» perché questi giorni ricordano, l’uno, la passione di Gesù Cristo e, l’altro, la nascita di Giuda Iscariota, il traditore.
Particolarmente nefasto si crede il venerdì. E non solo per le nozze, ma anche per ogni atto della vita, grande o piccolo che sia. In tale giorno, infatti, sarebbe imprudente iniziare un lavoro, mettersi in viaggio, concludere un negozio, inaugurare un’abitazione, incignare un abito… I risultati non sarebbero lieti
Ricordiamo altre superstizioni riguardanti la casa e, in generale, la vita quotidiana.
Sull’uscio di casa non era infrequente vedere appesi un ferro di cavallo o un corno o una coroncina di peperoni rossi: erano talismani, servivano – nella comune credenza – a tenere lontano il malocchio.
All’interno il letto, generalmente molto alto, era disposto in maniera che chi vi giaceva non volgesse i piedi verso la porta, perché tale positura era propria dei cadaveri.
Sul canterano si ponevano immagini sacre e statuette protette da campane di vetro: avrebbero salvaguardato la famiglia dalle sventure.
In un angolo era la giara per l’acqua con accanto “’a quartara” e “’u bummulu”, brocche di terracotta di varie dimensioni: a incignarle, cioè a bervi per primo quando erano state acquistate, era stato un maschio della famiglia, non una femmina, perché in tal caso l’acqua contenuta da esse sarebbe diventata salata.
Non mancava naturalmente la scopa, utensile prezioso per la pulizia della casa, ma anche per particolari occasionali funzioni, come nelle liti tra comari del vicinato: queste, quando accapigliandosi avevano dato fondo a tutti i reciproci improperi possibili, si ritiravano dentro, in casa, chiudevano la porta e, dal “purteddu”, facevano sporgere, a guisa di bandiera, proprio la scopa, come per dire, ciascuna all’avversaria: «Parla con questa!».
La scopa godeva, inoltre, di altre… prerogative: non andava acquistata nel mese di agosto, né, in tal mese, andava usata per eliminare ragnatele dalla casa.
Altre credenze non meno diffuse erano (e sono ancora oggi) le seguenti:
cade giù uno specchio e va in frantumi? è il preannuncio (Dio non…
…voglia!) di chissà quali sventure;
– viene versato dell’olio per terra? malaugurio! Si rimedia (almeno si spera) versandovi sopra del sale, che è rimedio efficace. Lo dicevano anche gli antichi;
– si versa del vino? oh, allora, allegria! È buon segno. Il vino in ogni tempo è stato compagno indivisibile dei sollazzi e delle feste;
– un gatto nero ti attraversa la strada? incontri un povero uomo che abbia la nomea di iettatore? apri l’ombrello in casa? “’a pivila” dall’alto del vicino tetto fa sentire il suo lugubre verso? Cattivi auguri! Si facciano gli scongiuri!
Invece: ti prudono le mani? una farfallina volteggia attorno alla lampada? Questi sono buoni auspici: Deo gratias!
E la rassegna potrebbe continuare…
(Rosa Maganuco, inedito. Studiosa di tradizioni popolari. Già direttrice del Museo Archeologico di Gela. Nata a Gela, insegna lettere italiane presso l’Istituto Tecnico Commerciale della città natale.)











