Sentiva di fenolo e di camomilla. Ed anche del profumo delle saponette al “pasciulì”
Nei severi scaffali di legno scuro, chiusi da ante di vetro, posavano alambicchi, ampolle, imbuti, cannelli ed altre suppellettili; sul tavolo monumentale campeggiava immancabile una bilancina con la gamma dei suoi pesini.
Questi erano gli strumenti di lavoro del farmacista, perché era lui che – di solito alla presenza dell’acquirente, il paziente o un suo familiare – preparava non pochi farmaci. Ne pesava, misurava, combinava, emulsionava gli ingredienti, attento alle loro proporzioni. Nel severo suo laboratorio tinnivano così gli agitatori di vetro nei bicchieri e la bilancina batteva cadenzata al piovere dei pesini, mentre rumori provenivano di fuori, ove rotolavano le carrozzelle e vociavano i venditori ambulanti.
Le specialità medicinali non erano molte. Comuni erano le pillole di Esanofele, quelle che i contadini chiamavano “’i sanòfili” e che consideravano il toccasana per la malaria, ché la malaria allora c’era, e come! «Imperversava per tutti i mesi dell’anno, panciuta e gialla come un Budda» (Solito). Comuni erano anche l’olio di fegato di merluzzo, il sale inglese, l’olio di ricino (tormento dei bambini!).
Oggi la bilancina del farmacista è oggetto di antiquariato. E la locuzione che la designa ha valore metaforico: vale a indicare precisione, esattezza scrupolosa.
(Virgilio Argento)











